L’isola di Alfonso Gatto – il poeta e il suo doppio

Teneva sempre una valigia pronta, Alfonso Gatto.
La mostrava agli amici come una promessa: da un momento all’altro poteva partire.
E partì per tutta la vita, Firenze, Milano, la strada, il carcere, la Resistenza, senza mai lasciare davvero il punto da cui era venuto.
Quando gli chiesero chi fosse, rispose dopo averci pensato appena: «Io sono Salerno».
Oggi i suoi versi ricompaiono sui muri della città vecchia, tracciati dai ragazzi sui murales dei vicoli: la prova che quella poesia, a mezzo secolo dalla morte del poeta, continua a chiamare qualcuno.
Da qui muove Isola. Luoghi e miti di Alfonso Gatto, il documentario scritto da Maurizio Fiume e diretto da Marcello Napoli, prodotto da Solefilm start up innovativa in associazione con Iuppiter e I Disinvolti, presentato in anteprima il 18 agosto al Cilento Fest di Perito, in provincia di Salerno. Il regista del documentario ha ritirato dalle mani del Presidente dell’Ordine dei giornalisti della Campania, Ottavio Lucarelli, il Premio Cinema & Giornalismo della quinta edizione del Cilento Fest.
Cinquanta minuti che rinunciano alla formula del ritratto per interviste e tentano qualcosa di innovativo: mettere in scena il poeta.
Il titolo è quello del libro d’esordio, Isola, uscito a Napoli nel 1932, il ventitreenne che con quei versi entra nella scena letteraria, notato subito da Montale e Penna, e vi entra già isola, cioè radice e solitudine nello stesso gesto.
Il cuore del film è una lunga ricostruzione, silenziosa e sognante, grazie alla fotografia di Antonio Grambone, in cui un attore, Yari Gugliucci, dà corpo a Gatto ormai maturo che torna a Salerno dopo il suo girovagare per l’Italia, a cercare una riconciliazione con il proprio passato.
Ripercorre i luoghi dell’infanzia: il barbiere, il caffè, la spiaggia, la casa, il quartiere povero dove è cresciuto.
Sono luoghi nudi, e in Gatto la povertà del paesaggio è una sostanza etica prima che linguistica: il mare, la terra, le cose minime del Sud restano il fondale immutato di tutta la sua opera, anche quando il vagabondaggio lo porta lontanissimo da sé.
Le scene sono mute; a dire i versi è la voce fuori campo, mentre le immagini li sceneggiano, come se la poesia, invece di essere recitata, tornasse ad accadere.
In questo pellegrinaggio della memoria si muovono due presenze, spiriti guida.
Una giovane donna, Ludovica Ferraro, sempre la stessa e ogni volta vestita in modo diverso: sono i suoi amori, ed è la Musa.
E un ragazzo, Ariele Fiume, che lo ignora, che lo sfiora senza riconoscerlo, fino alla scena in cui si stacca dal Gatto maturo e capiamo chi è: il poeta da giovane, il suo stesso io.
È qui che il titolo si fa immagine, l’uomo diviso tra età e giovinezza, radice e distanza, presenza e assenza, «universo che mi spazia e mi isola».
La stessa contiguità che governa la sua poesia, dove l’infanzia e la morte sono stanze vicine e la rima non è ornamento ma rivelazione: due parole che, guardandosi, fanno affiorare il senso.
Attorno a queste sequenze il film alterna il repertorio Rai, il vero Gatto che si racconta e recita se stesso, e le animazioni (ideate e realizzate da Sole Fiume con la voce recitante di Roberto De Francesco) che danno figura alle sue poesie per l’infanzia, dolenti e giocose insieme.
Ne esce una parola che si trasforma senza tradirsi: dall’ermetismo degli anni trenta al canto civile della Resistenza, fino all’amore; e sullo sfondo la voce dei critici, su tutti Silvio Ramat, curatore delle Tutte le poesie, che di Gatto parla come di una «galassia».
Il finale è una spiaggia.
Il poeta, tornato giovane, guarda il mare e l’infinito, mentre fuori campo pronuncia il suo lascito: di non aver mai commesso viltà, di essere ancora vivo, perché ogni parola «affidata all’amore altrui» gli dà vita.
Poi le note de La ballata del tempo, scritta da Gatto e cantata da Lea Massari, chiudono il viaggio.
Non ci consegnano un poeta imbalsamato nei manuali, ma un compagno di strada che continua a partire e a tornare, come il mare del suo Sud.
E lasciano una cosa rara: la voglia di riaprirla davvero, quella valigia e di scoprire quanto Gatto, a dispetto degli anni, sia ancora vivo.
